Nebula segnala che in questi giorni e fino al 2 ottobre a Roma (galleria Mondo Bizzarro) c’è la mostra dell’artista Audrey Kawasaki
Trattasi di pittura a olio, le opere (ecco che arriva un giudizio da vero critico d’arte…) davvero valide!
Nebula segnala che in questi giorni e fino al 2 ottobre a Roma (galleria Mondo Bizzarro) c’è la mostra dell’artista Audrey Kawasaki
Trattasi di pittura a olio, le opere (ecco che arriva un giudizio da vero critico d’arte…) davvero valide!
Musica sopraffina, come al solito, quella degli Elio e le Storie Tese che tornano con questo nuovo singolo e sfruttano il demenziale come loro solito per fornire spaccati di vita maschil-italiana.
Ok, prima c’è da godersi il video:
Dopodiché mi piace un po’ ricordare che dietro la rozzezza di modi e testi c’è sempre una specie di firma del gruppo, come con l’inchiostro simpatico.
Il brano, sulla falsariga del film “the ring”, parla per un po’ di questi bonghi e questo modo di suonare male che contagiano come fosse una moda tutta la città di Milano (ma, in sintesi, la cultura musicale italiana). Il virus si espande tanto che perfino il povero Elio (unico tra i suoi amici capace ancora di distinguere la musica vera) tentenna e prova a sedersi ed ascoltare meglio, per poi realizzare che il ritmo proveniente da quei bonghi è assolutamente deprecabile.
A un certo punto della canzone c’è la rappresentazione della gente che si contende il parco, diciamo tra i suonatori di bonghi (rastoni, fricchettoni, forse drogati, pessimi suonatori di bonghi ma che comunque rappresentano la libertà di espressione) e i lettori di libri che vogliono leggere in pace. In questa lotta tra il nuovo che avanza e la nostalgia, dall’alto dei cieli appare la figura dell’assessore all’urbanistica. Il quale elimina il problema alla radice, distruggendo il bosco e costruendo il suo palazzo.
Qui c’è (proprio testualmente) il riferimento alla distruzione del piccolo bosco di Gioia, diventato il simbolo del martirio delle piante nella città di Milano, in favore della nuova sede della Regione Lombardia. Le 16.000 persone che hanno firmato contro l’abbattimento delle piante secolari e lo sciopero della fame di Rocco Tanica (il tastierista del gruppo) sono stati completamente ignorati. Tutto è finito tra dicembre 2005 ed i primi giorni del gennaio 2006.
Si scopre a fine brano che il video del “virus dei bonghi” era stato commissionato proprio dall’assessore per realizzare il suo progetto.
Qui ci sono foto della “strage” e qualche quadro di Dario Fo, mentre darei anche una rapidissima occhiata al sito-tomba www.boscodigioia.it che accoglie l’internauta con un raccapricciante messaggio di benvenuto.
Il 3 luglio 2007 nelle sale cinematografiche americane, un trailer precede la prima dei Transformers. Durante una festa, dei ragazzi prima avvertono delle scosse come fosse un terremoto per poi assistere (dal terrazzo) ad una violenta esplosione i cui frammenti volano alti nel cielo e li raggiungono nel giro di pochi secondi. Il tutto ripreso con una videocamera come fosse un filmato amatoriale, un video su youtube, una cosa reale. Quando i frammenti raggiungono l’area intorno al terrazzo, altra scossa di terremoto, scene confuse di panico, gente che fugge e arriva in strada, il tizio con la telecamera dapprima tituba e poi documenta l’arrivo come di una palla da bowling della testa della statua della libertà. Alla fine, viene comunicata la data di uscita: 1-18-08.
Quasi immediatamente, gli internauti scoprono 1-18-08.com, un sito web fatto in flash contenente delle foto ammucchiate con le quali è possibile interagire spostandole, portandole in primo piano, girandole e scoprendo didascalie o dediche nella parte posteriore. Se si rimane sulla pagina per circa 6 minuti, a un certo punto si sentirà distintamente una sorta di RUGGITO… I segreti di questo sito si trovano qui
I WHOIS di questo e di altri siti web che andrò a scrivere fanno tutti riferimento a personaggi finti o leggendari come Albert Pike (massone), così come gli indirizzi (alcuni dei quali fanno riferimento all’aeroporto di Santa Monica, California, il cui nome originale era “Cloverfield”)
Ora c’è un punto un po’ ostico: Jason, fratello di Rob, avrebbe dovuto portare la videocamera (compito affidatogli dalla ragazza) e fortunatamente per noi ha pensato bene di affidare questo compito a Hud, altrimenti Jason sarebbe stato ripreso così raramente da non permettere allo spettatore di notare la sua maglietta. Contenente il logo di SLUSHO.
Come Apollo Candy per Lost Experience, anche qui c’è un prodotto alimentare direttamente collegato con la storia.
Uno degli slogan di Slusho nella sezione “Happy Talking” è “Slusho makes my stomach explode with happy” (Slusho fa esplodere il mio stomaco di felicità).
Una tragedia fa parte della storia di Slusho. Noriko Yoshida, che ha dedicato tutta la sua vita a inventare bevande rinfrescanti, decide di andare via dal Giappone via mare per trovare il più buon ingrediente del mondo e non fa mai ritorno. Il figlio Ganu diventa scienziato oceanico. E un bel giorno trova nelle profondità marine un ingrediente unico. Qualcosa che lo induce a credere di aver finalmente trovato ciò che la madre ha cercato. Così nasce Slusho.
Slusho è figlio della compagnia giapponese TAGRUATO (lo si legge nelle Distribution Opportunities del sito di Slusho) che si occupa di ricerche nell’oceano.
Non vorrei dire troppo, anche in questo caso vale la pena dedicarsi un po’ all’esplorazione. Comunque nel sito web ritroviamo i nomi di Slusho, di Ganu, una mappa interattiva delle piattaforme di estrazione sparse per il mondo ed altre aziende del gruppo, nonché news sul lancio di un satellite sperimentale per scandagliare le profondità dell’oceano.
Come la HANSO FOUNDATION per Lost Experience, anche la TAGRUATO ha un’area di interesse che tocca da vicino il pianeta in cui viviamo. Anzi, se si va sul profilo della compagnia c’è una foto che ricorda molto (per posa e stile) la foto di Alvar Hanso. Inutile dire che anche qui ci sono “altri” che si fanno chiamare T.I.D.O. e che ripetutamente attaccano le stazioni della Tagruato.
Chiudono il cerchio i profili dei protagonisti su Myspace:
Beth
Rob
Hud
Lil
Marlena
Jason
Jamie
Ah già, Jamie. Me ne stavo dimenticando, anche perché non ha destato molto il mio interesse. Sul sito jamieandteddy.com sono apparsi numerosi video, simili a quelli di Rachel Blake per Lost Experience. Solo che quelli di Rachel Blake erano tutti più o meno importanti, mentre qui si parla di una storia d’amore, e veramente solo uno è di un certo interesse. Brevemente: Jamie conduce con Teddy una relazione a distanza; lei registra dei video per lui ma col passare del tempo la relazione si affievolisce, fino ad un messaggio di Teddy che così recita:
“Jamie, sono io tesoro, questo NON E’ UN GIOCO. Se stai ascoltando queste parole prima di aver parlato con me, significa che sono stato catturato da una società chiamata Tagruato, ok? Ta-gru-a-to e ascolta, tu, e questo è importante, non chiamare le autorità, rovinerebbe tutto, stai solo seduta e aspetta che Randy si metta in contatto con te, ok, lui sa che deve chiamarti. Um, siamo nella loro stazione, ok? e sembra come se abbiano trovato qualcosa o se stiano facendo qualcosa ma il punto è che non ti potrò chiamare di nuovo, non ti chiamerò più, non mi sentirai più. Voglio solo che aspetti Randy, ok? Lui ti spiegherà tut…“
Che la povera Jamie interpreta come un tentativo puerile di scaricarla da parte di Teddy.
A me pare fino a qui ovvio che Teddy faccia parte della TIDO e che chiami dalla stazione petrolifera più vicina a Manhattan appartenente alla Tagruato poiché, con la sua ciurma, la sta in qualche modo attaccando. Qualcosa succede lì, poiché la stazione in questione AFFONDA, come “dimostra” questo video incluso nella recensione del film su splattercontainer:
Alla fine del video, consiglio di guardare anche gli altri, e in particolare la versione americana del video in questione.
In sintesi, di tutto questo, in Cloverfield c’è un logo di una bibita, il nome della compagnia di cui Rob è diventato vicepresidente ed un’impercettibile oggetto che cade sul mare negli ultimi secondi del film e che da più fonti è stato identificato come il satellite della Tagruato nel suo ritorno sulla Terra.
Cloverfield in realtà, narra un’altra storia. Che non è quella del mostro. E non è nemmeno quella degli uomini che inseguono l’Amore incuranti dei rischi. In realtà Cloverfield è la storia di una videocamera. La videocamera più resistente di tutta la civiltà umana. Resistentissima a cadute, polveri, esplosioni, finisce anche per essere mangiata, sollevata e poi ricade a peso morto sull’erba ma continua ad avere un autofocus straordinario. Senza parlare della visione notturna attivabile durante la ripresa. Assolutamente fuori dal comune.
Una supervideocamera, degna degli eroi della Marvel, che però ci regala un’esperienza spettacolare, assolutamente unica. Assolutamente (ma io lo dico sempre) irripetibile se non pagando il biglietto ed andando al cinema a gustarselo.
Al cinema, durante i titoli di coda, siamo rimasti solo noi e la signorina addetta alla sala. Ci aspettavamo di vedere un’ultima scenetta… E invece finiti i titoli di coda, abbiamo sentito bisbigliare delle frasi non tradotte in italiano. A me è parso che dicesse “help us”. E subito dopo, l’addetta alla sala “Guardate che non c’è niente dopo i titoli eh”…
Per finire in bellezza, tornati a casa, una carbonara Yiyi style
Riccardo mi ha mostrato una cosa fatta con Flash SPAVENTOSA! Una stanza rotonda con appesi dei quadri (tondi anch’essi, cioè dalla superficie curva) in cui venivano proiettati video e punti di interazione (sono riprodotti anche i tipici controlli html tipo combo box, check box…). E’ Realizzato con Papervision e Collada.
Seguendo una serie di link sono approdato su mr.doob, uno dei guru del Papervision. Un classica web-scrivania con una serie di esperimenti in flash, solo che questi effetti sono vere e proprie opere d’arte.
Personalmente, mi fa piacere sapere che la Vivadesign non ha abbandonato Flash, che continuo a considerare non dico certamente il “futuro” ma di sicuro un ottimo “presente” dell’esperienza sul web.
Mi si perdoni, ma è caratteristica dell’essere umano del nostro tempo quella di mostrare e così si spera condividere le proprie scelte nei più svariati campi dell’espressione (per così dire) artistica. Noi mammiferi (mi piace pensare) usiamo spesso avvalerci di metafore sensoriali per esprimere un punto di vista, una scelta ideologica, un’intima affinità con le cose esistenti. Questo è vero soprattutto negli uomini, i quali si avvicinano…
VABEH, insomma. Uno dei miei è Joan Mirò.
“Assassino della pittura”, autore di scenografie, dipinti, litografie, acqueforti, sculture, disegni su carta catramata, su vetro, artigiano a tutto tondo, ceramista, scultore di qualsiasi cosa si possa scolpire.
André Breton, fondatore del surrealismo, lo ha definito “il più surrealista di tutti noi”. Ma prima di tutto era un artigiano.
Patriota per tutta la vita ed intimamente segnato dalle terribili sorti della propria patria, ultraottantenne si interessava di “scultura gassosa” e di “pittura quadridimensionale”.
Ha disegnato su ogni cosa usando ogni cosa.
Siamo stati a Barcelona, a novembre 2006. Week end lungo.
E lì uno dei miei più grandi desideri, dopo aver visto la sua mostra (prevalentemente di sculture) a Firenze nel 1999, è stato esaudito. Le prime due “pagine” riguardano opere di altri artisti. Noterete senza ombra di dubbio quando entriamo nel vivo della mostra permanente di Mirò. A tratti si esce in balcone e anche lì ci sono sculture (oltre al magnifico panorama). Ecco la nostra testimonianza:
Da notare i suoi quaderni, nei quali custodiva i “progetti” per le proprie opere, che svelano quanta razionalità sia stata alla radice di opere che appaiono casuali.
Difficile dire cosa mi piaccia davvero di Mirò. Principalmente, penso che le sue opere riflettano bene quelle caratteristiche di semplicità ed immediatezza pur essendo slegati dalle forme per così dire “consuete” alle quali mi sento più affine. Le sue distese blu, i suoi simboli, l’allegria dei suoi colori, la goffagine delle creature che popolavano il suo immaginario ricordano ed interpretano la vastità del cielo e gli occhi che lo guardano, le dimensioni e regole del mondo in cui viviamo, la vittoria e disfatta dell’uomo nei confronti della natura.
La cosa forse più attraente di Mirò è che non ha mai fatto delle “opere di consapevolezza”, frutto della sua esperienza passata.
Con Mirò, la comprensione dell’opera non è che il punto di partenza.
Sito della Fundació Miró
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(Paul Rand)